Ambientazione editoriale del tavolo DRAKO, ovale in legno d’ulivo e resina trasparente, in una stanza illuminata dal sole

STORIE DI CREAZIONE

DRAKO — Otto anni per dare forma a un'intuizione

Ci sono materiali che scegliamo per realizzare un progetto. E altri che sembrano aspettare qualcuno capace di riconoscere ciò che potrebbero diventare.

Tutto comincia da uno sguardo

Otto anni fa, entrando in un negozio, il mio sguardo si fermò su un particolare pezzo di legno d'ulivo. Non era una tavola regolare, né un elemento che si sarebbe potuto facilmente immaginare trasformato in un mobile. Aveva una forma insolita, irregolare, quasi in movimento. Eppure, osservandolo, vidi qualcosa. Un drago.

Non una figura perfettamente definita, ma una presenza suggerita dalle curve, dalle sporgenze e dalle linee naturali del legno. Era come se quella forma raccontasse già una storia, senza aver ancora trovato il modo di esprimerla. Decisi di acquistarlo. Non avevo un progetto preciso, né sapevo quando sarei riuscito a utilizzarlo. Sapevo soltanto che non volevo lasciarlo lì.

Pezzi di legno d’ulivo grezzo dalle forme irregolari e traforate

Il tempo come parte del progetto

Quel pezzo d'ulivo mi ha accompagnato per anni. L'ho osservato, studiato, immaginato in forme differenti. Ogni tanto tornavo a guardarlo, cercando di comprendere quale fosse il modo giusto per valorizzarlo. Un tavolo, certamente. Ma quale tavolo?

Quali proporzioni avrebbero rispettato il suo carattere? Quale struttura avrebbe potuto sostenerlo senza sottrargli leggerezza? Quale materiale avrebbe dialogato con le sue forme senza nasconderle? Le risposte non arrivavano tutte insieme. E non volevo forzarle. Perché ci sono progetti che nascono da un disegno e poi cercano i materiali necessari per realizzarlo.

E ce ne sono altri che cominciano dalla materia stessa. DRAKO appartiene a questi ultimi.

Il piano ovale di DRAKO con il legno d’ulivo immerso nella resina trasparente

Quando la resina diventa spazio

La scelta della resina è stata una delle decisioni più importanti. Volevo che il legno rimanesse protagonista, con tutte le sue irregolarità, le sue cavità e le sue linee. Non desideravo racchiuderlo in una superficie che ne cancellasse il carattere. Cercavo piuttosto un materiale capace di accompagnarlo.

La resina cristallina ha reso possibile un dialogo particolare tra pieni e vuoti, tra la consistenza dell'ulivo e la trasparenza che lo circonda. La luce attraversa le parti trasparenti, incontra il legno, ne sottolinea i contorni e cambia la percezione dell'insieme a seconda del punto di osservazione. In questo equilibrio, la resina non cerca di imitare la natura. Le lascia spazio.

Dettaglio delle venature dell’ulivo e del bordo in resina cristallina di DRAKO

La forma, finalmente

Quando ho iniziato a definire concretamente il tavolo, ogni scelta doveva rispondere a una domanda: questo elemento valorizza davvero il legno? La sagoma del piano, la disposizione dell'ulivo, il rapporto tra trasparenza e materia, la scelta delle gambe. Nulla doveva apparire casuale. Ma nulla doveva nemmeno cancellare quella spontaneità che mi aveva colpito otto anni prima.

Poi, a un certo punto, ho compreso quale dovesse essere la forma. Se in quel legno avevo riconosciuto un drago, quale luogo avrebbe potuto custodirlo meglio della sua origine? Un uovo. Una forma primordiale, essenziale, capace di racchiudere simbolicamente la vita prima ancora che questa si manifesti.

Così è nata la sagoma di DRAKO: un ovale dalle proporzioni studiate, nel quale il legno sembra abitare il proprio spazio naturale, sospeso nella trasparenza della resina.

Anche il bordo doveva accompagnare questa idea. Non un taglio netto e spigoloso, ma una lavorazione diamantata, dolcemente arrotondata, capace di valorizzare il profilo e il modo in cui la luce attraversa la materia. Quella scelta ha aperto anche un'altra possibilità.

DRAKO è stato pensato per vivere in due dimensioni diverse: come tavolo, al centro di un ambiente, oppure come opera da esporre verticalmente, appesa a una parete, quasi fosse un quadro. Due modi di osservare la stessa creazione. Due prospettive dalle quali il drago continua a raccontare la propria storia. L'obiettivo non era rendere perfetto un materiale irregolare.

Era trovare una forma capace di esprimere la sua unicità. E quando finalmente il progetto ha preso corpo, ho riconosciuto ciò che avevo intravisto la prima volta. Il drago era ancora lì. Soltanto che adesso aveva trovato il proprio spazio.

Un oggetto che non chiede di essere uguale a nessun altro

DRAKO è un tavolo, ma non nasce dall'idea di produrre un modello replicabile. La sua identità dipende da quel preciso pezzo d'ulivo, dalla sua storia e dalle decisioni che ne hanno accompagnato la trasformazione. Non esiste un secondo legno con le stesse curve, le stesse venature e le stesse imperfezioni. E non esisterà un altro DRAKO identico.

È questo, per me, il valore più interessante delle creazioni in legno e resina. Non soltanto la possibilità di realizzare oggetti particolari, ma quella di dare una nuova interpretazione a materiali che possiedono già una propria personalità. Il lavoro artigianale diventa allora un incontro. Tra ciò che la natura ha creato e ciò che l'immaginazione riesce a vedere.

DRAKO come tavolino in un salotto con soffitto a volta in mattoni e grande pianta

Otto anni dopo

Oggi DRAKO occupa un posto nel mio salotto. A volte mi fermo ancora a osservarlo. La luce cambia, i riflessi si spostano, alcuni dettagli emergono e altri sembrano scomparire. E ogni volta ritrovo qualcosa di quella prima intuizione. Ripenso al giorno in cui vidi quel pezzo d'ulivo in un negozio, senza sapere esattamente cosa ne avrei fatto. Otto anni possono sembrare un tempo lunghissimo per realizzare un tavolo.

Ma forse non tutto ciò che vale la pena creare deve nascere in fretta. Alcune idee hanno bisogno di maturare, di trovare le proporzioni giuste, di aspettare il momento in cui materia e visione riescono finalmente a incontrarsi. DRAKO, per me, è questo.

La dimostrazione che a volte creare non significa inventare una forma, ma riconoscere quella che stava già aspettando di essere vista.